POCHI MINUTI PER UNA STORIA

(Rubrica quindicinale a cura di Annalisa)

La paura della libertà. La paura di pensare

Anche il binomio paura-libertà rischia di sfuggirmi, vorrei che non avesse fondamento e la mia mente non lo tollera. La mia libertà, come bene mi chiarisce il Casati, è una presuntuosa illusione: altri nel tempo hanno segnato “rotte di navigazione” delle coscienze, anche della mia, sempre troppo fragili e immature per scegliere. E su questa ammissione mi fermo, con entrambi i piedi nella pozzanghera dell’ipocrisia. La libertà si allontana da me, che non sono mai stata in grado di esercitarla, dimostrando che la storia non mi ha insegnato niente. Impietosamente mi rimprovero per le rinunce, per il nascondermi, per il camuffare con parole svuotate, il mio comportamento, legato con lacci di convenienza. Mi muovo liberamente perché sarebbe, come scrive il Casati, vocazione umana, ma mi faccio interprete di un vivere ancora una volta in preda a dettami di altri. In maniera cruda Casati scrive che :”Le lusinghe del potere sono altamente seduttive….a volte neppure ci si accorge che per un pugno di vantaggi si è sul punto di vendere la libertà”. Una mente libera è in grado di creare il nuovo e di trovare soluzioni e per questo è temuta da chi vuole tutto per sé. Anche io mi adeguo a non essere o pretendere più di quanto da altri è concesso. Per questo mi chiedo se sono vocata alla libertà o condannata alla mediocrità. In questo arrotolarmi sulle mie azioni quotidiane, mi salva solo il fatto di non cedere alla violenza, di non agire in mala fede per ottenere privilegi, di non superare il limite che ogni ricerca di indipendenza contiene, per non agire il male. Questo mi salva: Il timore di trasformare un diritto in male mi trattiene dall’agire il diritto stesso. La mia mediocrità mi tutela dal divenire prepotente. Ma cosa potrei fare e sarei chiamata a fare per vivere una libertà pulita, che innalza il mio Spirito fino ad essere “buona notizia” per altri? Potrei agire secondo l’amore liberante di Cristo. Tutte le mie paure, quelle che mi abitano, potrebbero trovare soluzione nell’esercizio del perdono, della verità e del rispetto dell’altro sempre, in ogni occasione e senza condizioni. Casati cita San Paolo ai Galati:” Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. Cristo è libero come Dio lo vuole. Alla paura di esercitare la nostra libertà si lega la paura di pensare. Il capitolo che la tratta è una esplosione di energia. È bellissimo il passo nel quale Casati ci esorta letteralmente a “sbendare” la nostra mente, liberandoci da inutili timori perché così Dio ci vuole, capaci di pensiero e alla ricerca di pensiero, sbloccando gli ingranaggi atrofici a causa del non uso. È una apertura esaltante la preghiera a Dio affinché non ci fornisca ogni chiave di lettura della vita, ma ci lasci il piacere di scoprire le sue ombre , persino nella notte, persino al chiuso, persino al buio, persino oltre la morte!. Non dobbiamo aver paura di pensare, pensare con la nostra testa, perché se da un lato non bastiamo a noi stessi, dall’altro ancora non abbiamo capito il bello di cui Dio ci ha dotati, il bello del dono della vita.

La paura della libertà. La paura di pensare

Anche il binomio paura-libertà rischia di sfuggirmi, vorrei che non avesse fondamento e la mia mente non lo tollera. La mia libertà, come bene mi chiarisce il Casati, è una presuntuosa illusione: altri nel tempo hanno segnato “rotte di navigazione” delle coscienze, anche della mia, sempre troppo fragili e immature per scegliere. E su questa ammissione mi fermo, con entrambi i piedi nella pozzanghera dell’ipocrisia. La libertà si allontana da me, che non sono mai stata in grado di esercitarla, dimostrando che la storia non mi ha insegnato niente. Impietosamente mi rimprovero per le rinunce, per il nascondermi, per il camuffare con parole svuotate, il mio comportamento, legato con lacci di convenienza. Mi muovo liberamente perché sarebbe, come scrive il Casati, vocazione umana, ma mi faccio interprete di un vivere ancora una volta in preda a dettami di altri. In maniera cruda Casati scrive che :”Le lusinghe del potere sono altamente seduttive….a volte neppure ci si accorge che per un pugno di vantaggi si è sul punto di vendere la libertà”. Una mente libera è in grado di creare il nuovo e di trovare soluzioni e per questo è temuta da chi vuole tutto per sé. Anche io mi adeguo a non essere o pretendere più di quanto da altri è concesso. Per questo mi chiedo se sono vocata alla libertà o condannata alla mediocrità. In questo arrotolarmi sulle mie azioni quotidiane, mi salva solo il fatto di non cedere alla violenza, di non agire in mala fede per ottenere privilegi, di non superare il limite che ogni ricerca di indipendenza contiene, per non agire il male. Questo mi salva: Il timore di trasformare un diritto in male mi trattiene dall’agire il diritto stesso. La mia mediocrità mi tutela dal divenire prepotente. Ma cosa potrei fare e sarei chiamata a fare per vivere una libertà pulita, che innalza il mio Spirito fino ad essere “buona notizia” per altri? Potrei agire secondo l’amore liberante di Cristo. Tutte le mie paure, quelle che mi abitano, potrebbero trovare soluzione nell’esercizio del perdono, della verità e del rispetto dell’altro sempre, in ogni occasione e senza condizioni. Casati cita San Paolo ai Galati:” Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. Cristo è libero come Dio lo vuole. Alla paura di esercitare la nostra libertà si lega la paura di pensare. Il capitolo che la tratta è una esplosione di energia. È bellissimo il passo nel quale Casati ci esorta letteralmente a “sbendare” la nostra mente, liberandoci da inutili timori perché così Dio ci vuole, capaci di pensiero e alla ricerca di pensiero, sbloccando gli ingranaggi atrofici a causa del non uso. È una apertura esaltante la preghiera a Dio affinché non ci fornisca ogni chiave di lettura della vita, ma ci lasci il piacere di scoprire le sue ombre , persino nella notte, persino al chiuso, persino al buio, persino oltre la morte!. Non dobbiamo aver paura di pensare, pensare con la nostra testa, perché se da un lato non bastiamo a noi stessi, dall’altro ancora non abbiamo capito il bello di cui Dio ci ha dotati, il bello del dono della vita.

Il passato non passa

È di questi giorni una storia non nuova , ma molto importante. Voglio parlare di questo argomento, anche se trito e ritrito, perché ritengo sia necessario, in questo nostro tempo sull’orlo dell’ aridità e della totale noncuranza. Si tratta del ritrovamento della piastrina di riconoscimento appartenente ad un nostro militare disperso nella tragica campagna di Russia. In quei luoghi stanno riaffiorando i resti delle fosse comuni dove furono gettati i cadaveri, dopo giorni di violenza e agonia. È la storia del soldato Marino Donati, originario della Toscana e precisamente di Lucignana in provincia di Lucca. Le ultime sue notizie giunsero alla famiglia nel gennaio del 1943, poi il silenzio sino ad oggi. Marino Donati aveva 28 anni , era sposato e aveva un figlio in arrivo, che non ha mai conosciuto. Oggi quel figlio ha 79 anni e sta vivendo questo evento con una emozione difficile da quantificare. È un sentimento speciale perché ha il colore scuro della morte, ma la risposta che provoca paradossalmente è di grande gioia. Il figlio si chiama Giuliano e ha una sorella nata dal secondo matrimonio della madre. Si tratta della poetessa e critica letteraria Alba Franceschini, nota con lo pseudonimo di Alba Donati. Alba ha fatto di questa triste storia la sua storia, vissuta attraverso le emozioni della mamma, la sua tristezza, la sua malinconia. Sulla sua pagina Facebook la poetessa ha postato una frase estrapolata da un dialogo con la madre affranta e scrive :”Lo so mamma, era tuo marito, era l’amore, la speranza, l’attesa, il pianto”.
Sono buchi neri che esplodono all’improvviso e rimuovono il primo strato del ricordo che ormai è diventato sedimento. Sono vuoti di una vita vissuta nella rassegnazione e in quel misto di paura e oblio, il cui esito è soltanto una flebile speranza. La scomparsa di un affetto tanto grande e il totale silenzio di sue notizie è logorante e favorisce il formarsi di una crosta sulla ferita profonda, ma sempre viva e dolorosa. A ciò si somma una realtà viscida e di cui non ero a conoscenza: esiste un amorale commercio di piastrine, mostrine, lettere e brandelli di divise ritrovate in quella terra, oggetti venduti nel totale disprezzo del loro valore umano. Quei luoghi stanno restituendo i resti mineralizzati dei mille e mille dispersi seppelliti in aree immense, lande desolate non ancora urbanizzate. Molti di loro resteranno senza nome, come brandelli di vite sprecate nel più orrido dei “mestieri”, esercitato senza alcuna colpa o disonorevole macchia, come solo puo essere intesa la guerra. Tante famiglie hanno dovuto fare tacere i ricordi per anni e anni. Il passato non passa mai, anche se la vita di queste famiglie ha potuto conoscere ancora la serenità, ma c’è di più. Ricordare questo passato può produrre amore, un amore malinconico e struggente, ma è giusto che i giovani oggi lo ritrovino negli occhi e nelle parole di genitori e nonni. È un amore che educa all’ attesa e all’elaborazione della mancanza e del vuoto, per diventare il moto di un’anima appassionata alla vita. La memoria del passato ha bisogno di essere accolta con onestà intellettuale e spirito critico positivo, avulso da ulteriore violenza, al fine di ispirare comportamenti moralmente integerrimi, nei quali non trovino posto la derisione e tantomeno il lucro.

Le paure che ci abitano. 1

Spero sarà cosa gradita se per un po’ occuperò questo spazio con un’esperienza per me nuova, cioè raccontare un libro toccandone di volta in volta due capitoli e avvicinandone il contenuto alla nostra esperienza quotidiana. Il titolo del libro che ho scelto è “Le paure che ci abitano” . L’autore, don Angelo  Casati, incontra ben dodici paure che fanno parte di noi, a volte ne siamo attori  e a volte ne subiamo gli effetti. Cercherò di coglierne, di capitolo in capitolo, qualche elemento, sperando di farvi desiderare la sua lettura integrale. La vera sorpresa è scoprire che nonostante il tema sia gravoso, la paura appunto,  si fa largo sempre fra le righe la possibilità di superarne il peso e di vincerlo, giungendo a scorgere al fine una confortante  luce. È  quasi una promessa, mantenuta ad ogni capitolo. Scrive Casati:”Dio si è portato in basso perché ogni forma di superiorità e di soggezione, ogni forma di paura si sciogliesse come neve al sole”. Casati  avvia il suo lavoro parlandoci  della paura della vita, che in noi si traduce in un fare continuo e in affanno, in apprensione, in disordine. E mi tornano alla mente le parole della canzone Lasciati fare, di Claudio Chieffo, il quale a sua volta si rifà al Vangelo: non ti affannare per sapere cosa mangiare e cosa bere, il Signore veste anche i gigli del campo. Tante e tante volte ho cantato queste parole di speranza senza coglierne il senso . Lasciati fare…lascia fare a Dio padre, perché nell’abbandono alle sue braccia troverai la calma, il senso e l’equilibrio in tutto, specie là dove sembra impossibile. Non ho mai saputo come abbandonarmi  a Lui e ammetto di essere stata colta da una spenta voracità, come Casati chiama questo vivere caotico e affannato. E in tal modo mi sfugge la vita stessa,  fatta di armonia, di passione e di incanto, che non vedo. Traslato su un piano più ampio e guardando oltre l’orizzonte minimo della mia vita, diviene attuale il quesito sul futuro della terra, sulla possibilità di vita che ad essa concederemo, dato che il nostro affannarci ne sta spegnendo ogni luce. La dimensione nella quale vivere senza paura della vita la conosciamo già e non è la vita dopo la morte, ma questa nostra vita, sulla terra, ora. Siamo chiamati ora, finalmente, a vederne l’armonia, giocandoci ogni giorno gli strumenti,  che abbiamo in abbondanza. Tocco così proprio la seconda paura che ci abita ed è la paura di Dio. Ma Dio, scrive Casati, non ci giudica dall’alto in basso. Nemmeno davanti ai nostri errori, non è  il Dio di Michelangelo, il Dio dalla spada infuocata. Adamo ed Eva non sono nudi, Dio ha fatto per loro un abito di pelle. L’amore smisurato di Dio per l’uomo fa sì che egli possa abbracciare il fratello che gli sta accanto, non lo guarda dall’alto in basso, non lo domina, non gli fa paura. Che meraviglia, possiamo vivere la vita senza temerla, senza fretta, abbracciati ad un Dio che ci ama e il saperlo  ci dà coraggio. Ecco il finale che aspettavo, la soluzione al timore della vita e al timore di Dio. 




Le paure che ci abitano. 2

Una paura che mi abita da sempre è senza dubbio quella dell’inedito, dello sconosciuto. Di conseguenza, per non trovarmi in difficoltà, ho spesso ritenuto utile non mettermi io stessa in situazioni nuove, perché interiormente disarmata, spaesata e arrabbiata al tempo stesso per aver scelto di non muovermi. Ma la vita è un viaggio non programmabile fin dai primi istanti. Casati mi porta sulla strada del possibile e mi argomenta che la famiglia di Nazareth ha sfidato ogni timore mettendosi in viaggio, dopo che Maria e Giuseppe avevano fatto forza in se stessi, individualmente, mossi dalle parole degli angeli. La maternità di Maria e l’obbedienza di Giuseppe sono  elementi senza dubbio rivoluzionari. Per Maria e Giuseppe, come per noi ora, gli orizzonti erano incerti e imprevedibili, ma non hanno rinunciato e non hanno recriminato. In loro convivono fede e sconcerto. Tutti noi siamo  chiamati a crescere e a maturare lo stesso senso di affidamento ,  siamo chiamati a muoverci consapevoli di essere “paternamente vegliati” dall’alto, ma  protagonisti comunque del nostro viaggio, forti della voce di Dio che fa tacere in noi la paura dell’inedito.
Il viaggio della vita terrena ha una fine. Casati entra nel tema della paura della morte. Suggerisco a tutti la lettura di queste pagine, perché delicate e ricche di spunti per la riflessione.  Certo, anche Gesù ebbe paura della morte sin dalla sua vigilia nell’orto degli ulivi. Ai piedi del Monte Capaccio, non lontano dagli scavi archeologici di Paestum, vi è un santuario edificato nel 1959 il cui nome è Getsemani. È un luogo di spiritualità speciale, dove trova ospitalità il cristiano, ma anche chi ha un credo diverso o  chi non ha alcuna fede. Il cuore del Santuario è una statua a dimensioni reali di Gesù prostrato in meditazione, in pre ghiera, in dolore. Gesù aveva paura, lo racconta il suo corpo abbandonato a terra, lo racconta il suo viso contratto e in attesa di aiuto, se non di salvezza. E mentre il pellegrino ammira, la gola si stringe dalla commozione. A volte il cuore ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno che i sensi si incontrino e insieme sorreggano le emozioni.  Angelo Casati accompagna il lettore verso il superamento della paura della morte argomentando, a mio avviso con serenità, la trasformazione della morte in vita grazie all’amore, che la riveste di senso: “Ha così amato che è risorto. Un amore simile non  poteva rimanere costretto in una tomba. L’amore non sta in una tomba, ha passi di vento”. Comprendo che se non voglio temere la morte devo amare tanto. , Il volto di pietra del Santuario del Getsemani mi dice proprio questo: se non amo il fratello ho vissuto invano e muoio invano.  Nel suo “Canto della passione” Sant’Alfonso Maria de Liguori, vissuto nel 1700,  immagina un amorevole duetto  fra Gesù e  l’Anima la quale, dopo aver inveito contro Ponzio Pilato che  ha inflitto una morte tanto cruenta, parla amorevolmente con Gesù che ha patito quella violenza per amore dell’uomo. Se amo il mio fratello, non temo la morte. Riporto il testo del dialogo tra i due:

Dialogo tra l’anima e Gesù

A. – Dove, Gesù, ten vai?
G. – Vado per te a morir.
A. – Dunque per me a morire
ten vai, mio caro Dio!
Voglio venire anch’io,
voglio morir con te.
G. – Tu resta. In pace, e intendi
l’amore che ti porto;
e quando sarò morto,
ricordati di me.
Restane dunque, o cara,
e in segno del tuo amore;
donami tutto il core,
e serbami la fe’.
A. -Si, mio Tesor, mio Bene,
tutto il mio cor ti dono;
e tutta quanta io sono,
tutta son tua, mio Re.

La paura dell’altro e la paura della mitezza

Eccoci alla paura dell’altro. Io ho paura dell’altro. Ma, sul serio? Davvero mi fa paura la gente, mi fanno paura le persone che incontro, mi fanno paura gli uomini lontani, gli uomini mediati da uno schermo o da un microfono? No, non credo, mi sembra  difficile, non è vero. Ma Casati non si nasconde dietro un dito e non perde l’occasione di essere sincero:  mi pone sulla strada di un pensiero onesto e concreto. Io ho paura. Non sono pronta ad accogliere. Non ho vissuto una guerra, da bambina non avevo presente la categoria del nemico e le mie armi erano tutt’altro che affilate.  Ma in questo nostro tempo siamo provati da una richiesta fortissima di slanci che superino i nostri tabù e le nostre paure: l’integrazione della diversità richiede passione per l’altro, quella passione che consenta il conoscere, il fidarci, l’ascoltare, il toccare. Forse può aiutarci pensare che siamo tutti, proprio tutti, impastati allo stesso modo e non c’è nulla nella carne dell’altro che non sia anche in me. E sta proprio in questo il senso sublime della parola “fratello”: il non essere prevenuti ma, al contrario, essere attratti dalle differenze che emergono e si impogono  alla nostra considerazione, perché parti di un tutto che è anche in me. 
La paura dell’altro ci rende diffidenti. Ci induce a perdere il senso dell’equilibrio nel giudizio e dell’ orientamento nelle decisioni, in un solipsismo arrogante e pericoloso. La paura che ne deriva, e che purtroppo abita l’uomo,  è quella della mitezza. 
Il mite impressiona, suscita dubbi, interroga,  proprio  per la sua apparente debolezza. Il mite è provocatorio nel silenzio e nel nascondimento, pur temendo il dolore come qualsiasi altro uomo. Le vite di tanti martiri lo testimoniano. È possibile trovare la mitezza in molti uomini che ne hanno fatto uno stile di vita, emergendo come “leader”. Al contrario, c’è  chi ama sentirsi un “capo ” e ottiene ciò che vuole alzando la voce con aggressività.  Il mite viene spesso  assimilato al debole o al “bonaccione”. Altre volte viene  tacciato di superficialità e incoerenza, e additato come  inconcludente e inaffidabile. La modernità che viviamo appare ancora tanto lontana dal proporre esempi educativi positivi, nonostante le sollecitazioni delle tante filosofie di pace del mondo orientale e di quello occidentale. Non verrà mai scritto il manuale di una sana educazione  utile ad evitare che tanti  giovani crescano egocentrici ed egoisti,  bulli  e teppisti. Il mite è colui che sa ascoltare, sa aspettare, sa rimandare. Purtroppo nella  scelta tra la mitezza e la tracotanza, quest’ultima trascina molti nel tranello di essere un percorso più facile. Che inganno!  Il Casati naviga acque molto impetuose nel trattare  ampiamente  il tema delicato dell’arroganza nella Chiesa Cattolica. Purtroppo non  è un  luogo comune il fatto che il potere e il denaro anche ai nostri giorni, come in passato,  continuano a tentare molti uomini di Chiesa. È il loro modo di essere bulli. Hanno temuto la mitezza, hanno scelto di essere guasconi. Come possiamo superare il timore di fare della mitezza il nostro stile di vita?  Possiamo guardare alla figura del Cristo uomo nel mondo, possiamo attingere insegnamento nella realtà pulita e mite del Vangelo. 

La paura di amare e la paura della fragilità

È possibile aver paura di amare? La risposta, per quanto incredibile, è affermativa. Fatico ad ammetterlo, ma confortata dalle parole del Casati, affronto il tema guardando anche alla mia esperienza personale, accettando di fare un po’ di ricerca in me. In effetti, la questione mi suona come una contraddizione in termini, perché non sembra possibile che un moto del cuore così puro possa contenere motivi per la fuga da esso.  Non è la convivenza a spaventare e lo dimostra il fatto che anche laddove il vincolo non è scritto, si spera che il rapporto possa durare nel tempo. Dove è amore non dovrebbero essere né danno né dolore. Una convivenza d’amore di coppia prevede la reciproca volontà di condividere, con il  piacere e la  gioia di farlo. È un impegno importante, e tanto, tanto delicato. Si può vivere sotto lo stesso tetto fra amici, colleghi, o solo per sconfiggere la solitudine. Ma la convivenza per amore è un fatto ben diverso.  In psicologia la paura di amare è chiamata filofobia, e consiste nell’incapacità di immaginare se stessi all’interno di un rapporto di coppia, nella paura di dover rinunciare ad una parte di sé, e di soffrire se lasciati di nuovo soli.  È un problema dalle tante sfaccettature e rimanda a storie di rapporti umani complessi vissuti dentro e fuori l’ambito famigliare. Chi ne soffre annulla la propria capacità di amare in un rapporto di coppia e sceglie di non voler provare ancora una volta. Esistono poi uomini e donne capaci di impostare la propria convivenza attorno a rinunce che la tingono di grigio, e come nella nebbia costringono a rallentarne la velocità e a ridurne la vivacità. In questo caso entrano in gioco altri sentimenti, in conseguenza a scelte di accomodamento che talvolta sono capaci di resistere alla prova del tempo, ma che amore non sono. Assomigliano molto più a “patti di solidarietà “, e sono esempi di vita sempre più frequenti. Impostare un amore di coppia nuovo, rispettoso delle fragilità dell’altro è impresa difficile, ma non impossibile. Come scrive Casati, basta fermarsi sulla soglia del sentimento dell’altro e avvicinarlo piano, con rispettosa passione.

Penso alle parole di una canzone di un poeta autore contemporaneo, Ivano Fossati: La costruzione di un amore. Forse le istruzioni per superare la propria paura di amare sono nelle sue parole non facili: vale la pena provare, e provare ancora.

Tassello dopo tassello l’idea di uomo che Casati vuole proporci prende forma in tutta la sua evidente libertà e, al tempo stesso, concretezza. L’analisi delle nostre paure prevede il loro superamento verso un senso di pace e bellezza nuovi, come nel passaggio dall’oscurità alla luce. A questo punto il Casati compie un vero e proprio balzo in avanti come per svegliarci dal torpore della mediocrità, dall’immagine di uomo timoroso dal quale ha preso piede il suo cammino. Insomma, sembra dirci, vogliamo deciderci per ciò che vale, per ciò che dà spessore alla nostra esistenza su questa terra e la prepara a ciò che di magnifico avverrà nel suo futuro? Liberiamoci dal timore della fragilità, muoviamoci verso ciò che conta accettando le lacune di questa vita, i percorsi difficili e i piccoli traguardi, restituendo finalmente valore ai limiti! Siamo chiamati a farlo, in un vero sorpasso di falsi miti e millantate preziosità, recuperando alla pienezza le briciole e, citando Erri De Luca, considerando valore le ferite, le mancanze, gli errori, le miserie del nostro oggi! Non deve più trovare spazio in noi la paura della fragilità che ci inganna, sempre, perché sposta più in là i risultati, privandoci del gusto e della soddisfazione per il presente, che solo in apparenza è lento. Non sono parole al vento, non sono parole vuote! Impariamo ad amare le nostre fragilità, ad educare i nostri figli ad accettarle, ad accettare quelle degli altri, pensando ad esse non come piaghe, ma come tracce di esistenza da cui partire nuovamente, con fiducia.