POCHI MINUTI PER UNA STORIA

(Rubrica quindicinale a cura di Annalisa)

Pellegrini e cammini


Il progetto del campanile, lo chiamiamo così, ha celebrato il suo battesimo il 25 giugno 2022. Il risultato del nostro lavoro è proprio una cosa bella.  Allora vale la pena di sapere come e quanta fatica è costato, quanto tempo, quanta determinazione. Nessuno dei tanti volontari impegnati di Buonincontro e Mantello ( ass. di Pomposa ) è arredatore di interni, ma soprattutto nessuno è scenografo di mestiere. Il lavoro fatto consiste nell’offerta di 8 atmosfere diverse, per narrare la meravigliosa storia di uomini amanti di Dio e del creato. Chi sale la Torre campanaria può incontrare questo amore cercato in un cammino, nella vita di solitudine e preghiera, tra alambicchi e provette, leggendo, scrivendo e, finalmente, cantando.
Il progetto realizzato in campanile  vuole rispondere al desiderio delle Associazioni Buonincontro e Mantello di offrire ai visitatori una chiave di lettura nuova rispetto quella dell’ ammirare il paesaggio intorno, salendo alla cima. Pomposa è stata luogo di tanta cultura ed è stata per anni il luogo per eccellenza della crescita spirituale di monaci e di pellegrini in sosta. La abbazia ha ispirato le note musicali a  Guido Monaco e  vogliamo credere che anche Dante Alighieri abbia tratto ispirazione per la sua commedia dai dipinti presenti all’interno. Ma non solo. I volontari  credono che anche oggi sia possibile fare un percorso di riflessione attraverso la salita dei nove piani, metafora del Cammino dell’uomo, sempre in salita. Noi volontari siamo contenti del lavoro fatto fino ad oggi, e cogliamo con entusiasmo le critiche costruttive per migliorare. Invitiamo tutti a lasciarsi affascinare dalle atmosfere ricreate ad ogni piano.

Siamo a Giugno

Ammetto il mio ritardo e me ne scuso. Ora sono qui a parlarvi di Giugno, mese di transito della stagione estiva, mese di cambiamenti, di nuovi inizi. Il nostro modo di guardare alle cose della vita sta cambiando anch’esso, ma si tinge di grigio per la guerra in cui siamo immersi, pur se lontani. Ci sforzeremo quindi di dare una risposta positiva a tutte le nuove domande e a tutta la violenza che fatti nuovi porteranno. Positiva non perché siamo sciocchi, ma perché grazie a Dio il sole continuerà a sorgere ogni giorno e le stagioni continueranno a cambiare. Per vero piacere e, confesso, per mia comodità, vi passo per intero tutto ciò che è riportato dal “Libro di casa Cerruti”, che più leggo, più mi appassiona e desidero condividere.
“Le prime delle sei cose necessarie alla salute, come dice Ellbochasim, è la preparazio aerei, ovvero la giusta correzione del clima. Quando l’aria eccede in qualche qualità si deve correggere con il suo contrario, provvedendo artificialmente quando naturalmente non avvenga. Se d’estate sarà troppo caldo si aspergerà la casa di acqua fresca e di aceto e disporranno qua e là fuori, rami e erbe odorose, come viole e rose, foglie di canna o di salice, rami di lentisco. La casa poi sarà più sana, specie quando soffiano i venti australi, se esposta a settentrione e se sarà ventilata da finestre che si corrispondano da tutti i lati, ossia da levante a ponente e da tramontana e mezzogiorno. Nessuna aria vi rimarrà troppo a lungo poiché altrimenti si corromperebbe putrefacendosi. D’estate è anche utile soggiornare talvolta in villa. Come la campagna provvede gli alimenti alla città, così la vita umana si prolunga con il frequentare la campagna mentre si abbrevia con “l’ozio e il negozio” della città.
Il saggio Galeno dice che coloro che nell’estate non fanno esercizio, quando per il grandissimo caldo sono premuti da intensa sete, devono bere solo acqua di fontana e guardarsi invece da quella che sia di neve disciolta e anche dal vino raffreddato per artificio. In gioventù i corpi pare non ne abbiano alcun danno, ma crescendo l’età e la malignità di tali pratiche avviene che si incorra, in vecchiaia, in malattie di nervi, giunture e interiora, o del tutto insanabili o che solo a fatica si curano.
Di per sé l’estate è migliore al corpo al suo inizio, quando il sole è nel Cancro; dissolve le superfluità che si radunano dal mangiare dei cibi e guarisce le malattie fredde; aumenta gli umori biliari e le sostanze secche; rallenta la digestione, per cui è da scegliere una opportuna dieta che badi anche a contrastare l’eccesso di bile.
Taluni medici consigliano che l’estate si abbia da portare in mano, e da odorare spesso, una spugna bagnata di acqua di rose e di aceto rosato,e che si spruzzino le vesti di distillati vari. Ottimo quello che si preparerà con la seguente ricetta: quattro libbre di acqua di rose, una di ottimo aceto,, due terzi di once di rose rosse, un ottavo d’oncia di sandalo, un sedicesimo di oncia di canfora e poi in piccolissima quantità muschio odoroso, spezie, ambra. Si pesti nel mortaio, quel che è solido salvo le spezie, il muschio e la canfora; tutto si sciolga nell’acqua di rose, poi lo si lasci nell’alambicco per nove giorni e infine si distilli.
Il sonno pomeridiano è da evitare, secondo il precetto somnum fuge meridianum, ma se non si è capaci di astenersene si dorma, nei giorni lunghi del Cancro, su sedia di cuoio e non in letto molle, con la testa elevata, senza piegarla né avanti né indietro ma di lato, si che si abbia minore evaporazione del cervello”.

Maggio, il mese di Maria

Tanto è stato detto e scritto sulla devozione alla Madonna di Lourdes. Da quel luogo Maria continua a parlarci, pur lontano dal suo apparire all’uomo  da tanti anni.
Davanti alla grotta delle apparizioni l’uomo piange a Maria i propri dolori fisici e spirituali da una posizione di prostrazione e umiltà che, paradossalmente, lo eleva al Suo cospetto e lo accarezza, per fare passare il calore del conforto e tutta la sua grande saggezza. Nel mio recentissimo viaggio a Lourdes ho imparato a chiedere non la guarigione, ma la saggezza nell’ attesa del Suo aiuto e nell’aspettare, con fiducia, che mi arrivi la pace nel cuore e nella mente, per continuare a vivere accettando. La recita quotidiana del rosario a Maria calma gli spasmi dei dolori come una fresca medicina e asciuga le nostre lacrime con calore vero e tenerezza, e direi proprio con pietà. La recita del rosario a Maria è proprio un momento di pietas antica e la ridondante recita dell’Ave Maria calma i nostri affanni e mitigando le nostre paure.

Condivido parte di  una bellissima ricerca sulle origini e lo sviluppo della recita del Rosario che proprio quest’anno è stata pubblicata sul sito del quotidiano on line della provincia di Cuneo. È un bellissimo e profondo lavoro di ricerca, dalla lettura leggera e accattivante, che fa un po’ di chiarezza sullo sviluppo di questa pratica cristiana.

Il mese di maggio e le origini del Rosario

Trattando della devozione a Maria, viene subito in mente il Rosario. Dedicati al Rosario, si contano, dal 1478 ad oggi, oltre 200 documenti pontifici. L’interesse della Chiesa denota l’importanza che questa antichissima preghiera ha sempre avuto nel popolo dei fedeli. All’origine di questa antica preghiera vi sono i 150 Salmi che, solitamente, venivano recitati, a memoria, dagli eremiti e nei monasteri. I versi si perdono nel silenzio della polvere del tempo, lasciando un segno negli animi dei cantori. E nei nostri.

Con il passare degli anni, però, si comprese la difficoltà (oggettiva, tra l’altro) di imparare a memoria tutti questi versetti. Verso l’850, un monaco irlandese suggerì di recitare, al posto dei Salmi, 150 Padre Nostro. Per contare le preghiere i fedeli avevano vari metodi, tra cui quello di portare con sé 150 sassolini. Ma, ben presto, si passò all’uso delle cordicelle con 50 o 150 nodi, la cui diffusione viene fatta risalire già a Sant’Antonio Abate e San Pacomio, nei secoli III-IV.

Come forma ripetitiva, si iniziò ad utilizzare anche il Saluto dell’Angelo a Maria, quindi la prima parte dell’Ave Maria. Nel XIII secolo, i monaci cistercensi svilupparono una nuova forma di preghiera che chiamarono Rosario, comparandola ad una corona di rose mistiche donate alla Madonna. A questa devozione, si aggiunse tra l’altro l’usanza di mettere una vera e propria corona di rose sulle statue della Vergine: queste rose erano appunto il simbolo delle preghiere più “belle” e “profumate” rivolte a Maria.

San Domenico e la coroncina del Rosario

La preghiera del Rosario fu resa popolare dal fondatore dell’Ordine dei Predicatori, San Domenico di Guzmán, che nel 1212 ricevette la coroncina del Rosario dalla Vergine Maria come strumento per aiutare i cristiani nella lotta contro le eresie. Il domenicano bretone Alano della Rupe (Plouër-sur-Rance, 1428 – Zwolle, 8 settembre 1475) narra che San Domenico fu catturato, con il suo compagno Bernardo, sulle coste della Spagna. Per tre mesi, così vuole il racconto, fu sottomesso ai suoi rapitori: durante questo periodo fu posto al remo di una nave. Avvenne una tempesta che mise in pericolo l’intero equipaggio. La nave era vicina ormai al naufragio.

San Domenico aveva esortato, invano, i suoi carcerieri a far penitenza e ad invocare il nome di Gesù e Maria per ottenere la salvezza. E così, per l’ostinazione e il disprezzo verso le esortazioni del Santo, la tempesta si fece ancor più minacciosa. Il pericolo che la nave affondasse si fece sempre più imminente. Eppure, le preghiere di San Domenico furono accolte in Cielo. In questo contesto si inserisce la famosa visione della Vergine Maria che parla direttamente al Santo fondatore dell’Ordine domenicano. L’equipaggio della nave fu salvo. In cambio, la Vergine Maria chiese di recitare ogni giorno 150 Ave Maria e 15 Pater Noster. Era la prima conversione del cuore che la recita del Rosario aveva realizzato.

I Misteri del Rosario

Sempre nel XIII secolo si svilupparono i “Misteri”. Numerosi teologi avevano già da tempo considerato che i 150 Salmi contengono velate profezie sulla vita di Gesù. Dallo studio dei Salmi si arrivò ben presto all’elaborazione dei salteri di Gesù Cristo, nonché alle lodi dedicate a Maria. Si svilupparono, così, ben quattro diversi salteri: 150 Padre Nostro, 150 Saluti Angelici, 150 lodi a Gesù e, infine, 150 lodi a Maria. Il Rosario, pian piano, cominciava a “prendere forma”. Solo verso il 1350 si arrivò alla compiutezza dell’Ave Maria così come la conosciamo oggi: al Saluto dell’Angelo dell’Annunciazione a Maria ed a quello della cugina Elisabetta, si aggiunse un’altra parte di preghiera, a completamento: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen”.

All’inizio del XIV secolo, i cistercensi inserirono in questo embrionale Rosario alcune “clausole” dopo il nome di Gesù: l’intento di contemplare Gesù, attraverso questa preghiera dedicata a Maria, si sviluppava sempre più. Verso la metà del XIV secolo, Enrico Kalkar, un monaco della certosa di Colonia, introdusse, prima di ogni decina alla Madonna, il Padre Nostro

All’inizio del XV secolo, fu Domenico Hélion di Trèves, detto il Prussiano, a sviluppare un Rosario in cui il nome di Gesù compariva in 50 “clausole” che ne ripercorrevano la vita. Sempre grazie a Domenico il Prussiano arriviamo (intorno al 1435-1445) alla struttura che meglio si avvicina a quella che conosciamo oggi: le 150 clausole vengono divise in tre sezioni corrispondenti ai Vangeli dell’infanzia di Gesù, della vita pubblica e della Passione-Risurrezione.

Nel 1470, troviamo un’ulteriore trasformazione: il già citato domenicano Alano della Rupe crea la prima “Confraternita del Rosario” facendo diffondere rapidamente questa forma di preghiera: riduce a 15 i Misteri, suddividendoli in Gaudiosi, Dolorosi e Gloriosi. Questo passaggio è particolarmente importante, poiché in tal modo la recitazione delle preghiere andava oltre l’ambito della devozione individuale e acquisiva una dimensione autenticamente ecclesiale. Ancora in un’epoca successiva, nel 1569, papa Pio V definì l’esatta successione dei quindici Misteri del Rosario, partendo dall’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria e terminando con l’incoronazione di Lei in cielo.

Sarà poi papa Giovanni Paolo II, nel 2002, a introdurre i cinque Misteri “della luce”. Come spiegava Wojtiła nella sua lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, lo scopo di questa integrazione era di «Potenziare lo spessore cristologico del Rosario», portandolo a comprendere anche «I misteri della vita pubblica di Cristo tra il Battesimo e la Passione».

Il Rosario in età moderna

Da quando è nato il Rosario ha avvicinato le persone, alla parola di Dio e ai grandi eventi della storia della redenzione narrati nella Sacra Scrittura mediante un linguaggio popolare. In un tempo in cui le celebrazioni liturgiche non erano comprensibili da tutti, poiché avvenivano in latino, le preghiere rivolte alla Madre di Dio assolvevano anche il compito di ravvivare e radicare la fede cristiana nella sensibilità popolare. Nell’Ottocento e nel Novecento vi è stata una serie di apparizioni mariane che ha contribuito alla diffusione di questa preghiera: a Fatima, tra l’altro, la Madonna apparve ai pastorelli Lucia, Giacinta e Francisco tenendo in mano un rosario. Anche papa Francesco, nell’Evangelii Gaudium, ribadendo l’autentica «Qualità teologale» della pietà popolare, va con il pensiero «Alla fede salda di quelle madri ai piedi del letto del figlio malato, che si afferrano a un Rosario anche se non sanno imbastire le frasi del Credo».

Il libro della preghiera universale

 Come succede a molti il mio incontro con un libro a volte è imprevisto, non cercato, quasi un inciampo. Ma posso dire che spesso si è trattato di importanti opportunità di crescita

Un breve tragitto in auto con due amici è stata l’occasione fortunata in cui ho incontrato il lavoro di Giovanni Vannucci ”Il libro della preghiera universale”.

Seduta sul sedile posteriore dell’auto dell’amica ho trovato il libro aperto su una preghiera di Martin Lutero, dolcissima. L’ho letta ad alta voce perché ho pensato che in quel preciso momento la lettura stesse a pennello e avrebbe aiutato il nostro conversare.

Ora, dopo aver da giorni iniziato il viaggio in queste pagine, ho raccolto alcuni elementi che posso condividere, al fine di consigliarne la lettura e ancor di più, l’esercizio.

Prima di tutto, vi è una nota personale che non posso tacere ed è il fatto che appartengo alla Associazione della Beata Vergine Addolorata,  un movimento di spiritualità mariana, che riunisce donne e uomini impegnati a vivere il Vangelo e il proprio battesimo, come servizio d’amore e di riparazione, a servizio e sostegno del carisma delle famiglie Servitane, di cui grande ispiratore fu padre David Maria Turoldo. Vannucci è stato un Servo di Maria illuminato, colto e…libero. Rivolgendosi ai novizi dell’ordine scrisse loro: “voi potere conoscere a memoria tutti i manuali di pedagogia, di filosofia e di morale, e magari poi non riuscite a trattare concretamente con gli uomini che vengono a chiedervi un aiuto, un consiglio. Potete avere un bagaglio di nozioni teoriche immense, ma che diventano assolutamente inutili se in voi manca l’attenzione, l’apertura totale alla vita, al mistero dell’esistenza”. Nel suo pensiero infatti, conoscenza e cultura hanno un unico scopo: aprirsi all’amore. «Bisogna conoscere per amare di più». Ammetto che pur avendo fatto atto di impegno all’Associazione,  la mia cultura al riguardo continua da essere  in fieri e con costanza faccio esercizio di curiosità. Il libro di Vannucci incontra la mia sensibilità, perché anche io come lui avverto forte il desiderio, se non la necessità, di accogliere tra le mie, preghiere di altre culture. Amo cercare e trovare le compatibilità tra me e gli altri, i punti di connessione possibili e le lettura che vi consiglio ha il merito di far capire proprio questo: la preghiera non ha confini, non ha solitudini, ma può essere un solo canto. Vannucci, guidato da Santa Maria e poggiato su una grande cultura, si muove lungo il  possibile filo che cuce il pensiero di uomini lontani  geograficamente e spiritualmente. Questo filo è l’amore di Dio. Il libro è uno strumento di conoscenza e approfondimento, migliora la qualità del pregare, dell’invocare, dell’aspirare. A volte le parole del proprio cuore sono poche, chiuse nel proprio io o persino dimenticate. La ricerca dell’altro da sé può moltiplicare le  parole della preghiera.

Il libro propone tredici settimane di preghiera nel credo cattolico, protestante, ortodosso e  di tutte le altre chiese cristiane, del pensiero buddista, indù, musulmano, dei cercatori dell’Occulto, della gente di Israele.

Come ho già scritto la mia curiosità è stata solleticata da una bellissima preghiera di Martin Lutero, tanto vicina alla sensibilità di San Francesco: 

 

“Di tutte le gioie terrene, la più delicata nasce dal canto e dalla dolce melodia.

Quando sgorga gioioso il canto, scompaiono i neri pensieri, l’ira, il rancore, l’odio e l’ansia del cuore

Il canto, non altro, rallegra il cuore di Dio.

Distrugge le opere del male, vince le turpi passioni.

La musica placa, inclina il cuore alla voce di Dio.

La stagione più bella dell’anno è mia, quando cielo e terra risuonano di canti sereni.

Dolce è il canto dell’amico usignolo,

sparge letizia d’intorno:

sia ringraziato per sempre!

Lodato sia il Signore che fece di questa creatura un perfetto maestro cantore.

Mai è stanco  di lodare il Signore, giorno e notte canta ed esulta.

Per questo il mio canto lo esalta, ed un eterno grazie  gli dice.”

Parole dolcissime che anche altri, nel tempo, hanno pensato. Il bello è scoprirlo leggendo e così pregando.

ORIENTARE LA NOSTRA VITA  ALL’AMORE

Non è semplice scrivere in questi giorni qualcosa di significante e che si faccia significato, da elaborare e poi assumere come il pane delle nostre giornate. Molti come me staranno vivendo male ciò che accade nel mondo, in maniera confusa e, alla fine, ansiosa: mi è difficile capire tutti i passaggi e le dinamiche storiche e politiche di questo terribile conflitto. Posso dire, e non me ne vergogno, che sono costantemente pervasa da una paura sottile e insidiosa e non riesco a liberarmi della tristezza. Abbiamo vissuto un tempo di pandemia durato più di due anni, e ora chi ci governa ha deciso che, vada come vada, dobbiamo imparare a convivere con la malattia, vaccinandoci e rispettando poche regole uguali per tutti.

Ma in questi giorni la violenza dell’uomo sull’uomo ha la voce molto alta dei leader assoluti della terra, e il dialogo pacifico sembra un lontano miraggio.

 I credenti in un Dio che è amore pregano con vigore  e persino il Cardinale padre Raniero Cantalamessa,  in occasione degli esercizi spirituali del Santo Padre per la Santa Pasqua, sente importante trattare il tema della possibilità di una preghiera condivisa, veramente e finalmente ecumenica, costruita attorno al sentimento francescano della fratellanza.

 L’appello di padre Raniero è per un Santo ed ecumenico dialogo che produca l’appianarsi di antiche divergenze tra cristiani e il ricomporsi di antiche crepe tra ortodossi e cattolici, al fine di non perdere mai di vista l’unicità di Dio e la sacralità della Persona. Nella terza Omelia di Quaresima del 25 marzo di quest’anno il Cardinale ci ha lasciato pensieri a sostegno del nostro vivere lontano dalla vera Comunione in Cristo, non certo per sostituire alla preghiera una soluzione di mera utilità pratica, ma per dare il sublime significato alla nostra esistenza e collocare quotidianità e preghiera su piani di fusione e non solo comunicanti.

Per questo invito alla lettura di parte dell’omelia della terza domenica di Quaresima che riporto con cura e attorno la quale raccogliere il pensiero, affinché da occasione di inciampo si faccia vera intenzione di vita.

“Comunione con i poveri”

…Colui che ha detto del pane: “Questo è il mio corpo”, lo ha detto anche del povero. Lo ha detto quando, parlando di ciò che si è fatto per l’affamato, l’assetato, il prigioniero e il nudo, ha dichiarato solennemente: “Lo avete fatto a me!”. Questo è come dire: “Io ero l’affamato, io ero l’assetato, io ero lo straniero, il malato, il prigioniero” (cf Mt 25, 35 ss.). Ho ricordato altre volte il momento in cui questa verità quasi esplose dentro di me. Ero in missione in un paese molto povero. Attraversando le vie della capitale vedevo dappertutto bambini coperti da pochi stracci sporchi, che correvano dietro i camion delle immondizie per cercare qualcosa da mangiare. A un certo momento era come se Gesù diceva a me: “Guarda bene: quello è il mio corpo!”. C’era da averne il fiato mozzo.
La sorella del grande filosofo Blaise Pascal riferisce questo fatto relativo al fratello. Nella sua ultima malattia, non riusciva a trattenere nulla di quello che mangiava e per questo non gli permettevano di ricevere il viatico che insistentemente chiedeva. Allora disse: “Se non potete darmi l’Eucaristia, fate almeno entrare un povero nella mia stanza. Se non posso comunicare con il Capo, voglio almeno comunicare con il suo corpo” .
L’unico impedimento a ricevere la comunione che san Paolo nomina esplicitamente è il fatto che, nell’assemblea, “uno è affamato e un altro ubriaco”: “Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco” (1 Cor 11, 20-21). Dire “questo non è un mangiare la cena del Signore” è come dire: la vostra non è più una vera Eucaristia! È un’affermazione forte, anche da un punto di vista teologico, alla quale non prestiamo forse abbastanza attenzione.
Al giorno d’oggi, la situazione in cui uno ha fame e un altro scoppia di cibo non è più un problema locale, ma mondiale. Non ci può essere niente in comune tra la cena del Signore e il pranzo del ricco epulone, dove il padrone banchetta lautamente, ignorando il povero che sta fuori della porta (cf Lc 16, 19 ss.). La preoccupazione di condividere ciò che si ha con chi è nel bisogno, vicini e lontani, deve essere parte integrante della nostra vita eucaristica.
Non c’è nessuno che, volendo, non possa, durante la settimana, compiere uno di quei gesti di cui Gesù dice: “Lo avete fatto a me”. Condividere non significa semplicemente “dare qualcosa”: pane, vestito, ospitalità; significa anche visitare qualcuno: un prigioniero, un malato, un anziano solo. Non è dare solo del proprio denaro, ma anche del proprio tempo. Il povero e il sofferente hanno bisogno di solidarietà e di amore, non meno che di pane e vestito, soprattutto in questo tempo di isolamento imposto dalla pandemia.
Gesù ha detto: “I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Mt 26, 11). Questo è vero anche nel senso che non sempre possiamo ricevere il corpo di Cristo nell’Eucaristia e anche quando lo riceviamo, ciò non dura che pochi minuti, mentre possiamo sempre riceverlo nei poveri. Qui non ci sono limiti, si richiede solo che lo vogliamo. I poveri li abbiamo sempre a portata di mano. Ogni volta che incontriamo qualcuno che soffre, specie se si tratta di certe forme estreme di sofferenza, se stiamo attenti, udremo, con gli orecchi della fede, la parola di Cristo: “Questo è il mio corpo!”.
Concludo con una piccola storia che ho letto da qualche parte. Un uomo vede una bambina denutrita, scalza e tremante di freddo e grida a Dio quasi con rabbia: “O Dio perché non fai qualcosa per quella bambina?”. Dio gli risponde: “Certo che ho fatto qualcosa per quella bambina: ho fatto te!
Che Dio ci aiuti a ricordarcelo al momento giusto.”

Bambini nella guerra

  Un marzo di guerra, questo del 2022. E lo saranno anche i prossimi mesi, se non si metterà fine a questa guerra che non lascia futuro, se finirà alle estreme conseguenze.

 È il nostro incubo vissuto, che gli anziani, già reduci, non sanno accettare. Ma in realtà non possono accettarlo, perché questa guerra è combattuta con strumenti nuovi, sofisticati, selettivi, precisi, simili alla nostra formazione tecnica e adatti alla nostre generazioni.

Le giovani generazioni avrebbero potuto godere di tanta cultura, poesia, pittura, musica, tanta arte, tanta sublime umanità. Sappiamo bene che l’uomo è capace del sublime, da godere in ogni momento possibile e poi far circolare e conoscere, senza limiti.

Ma il bello, il sublime, hanno bisogno di libertà, di tempo e di menti mondate dal male. Siamo di fronte ad un esodo titanico di menti addolorate e che bramano l’ amore, ma non sono ora disponibili ad averne cura.

 Passeranno anni. I bambini di oggi saranno gli uomini e le donne che incontreremo, portatori di pesi nuovi. Saranno i giovani che canteranno e scriveranno poesie rabbiose, o malinconiche perché, …e non posso non usare questa parola…, private oggi di un amore colorato a tinte allegre e caldo come il sole. A tutti i bambini che fuggono, spesso da soli, a piedi, nella neve, dedico un canto scritto a più mani, e ispirato da menti attente, come Gino Marielli e Fabrizio de André , del 1992. È dedicata a tutti quei bambini che conoscono la guerra dei grandi, dei loro adulti, in ogni parte del mondo, costretti ad imbracciare le armi come altrove o  a fuggire dal loro mondo con il corpo e con la mente.

Il testo originale è in dialetto sardo, della parte centro settentrionale della Sardegna chiamata Logudoro. Nella sua traduzione scopriamo un canto amaro ma d’amore, per i piccoli che crescono nelle guerre ovunque siano e purtroppo le combattono con le armi degli adulti, tutte, anche la fuga.

 PITZINNOS IN SA GUERRA

Si ses de mutria mala

Morigande in sos pensamentos

Lestra de su grecu s’ala

Ispinghet ecos de lamentos

Brincas sos trabentos

Ei bessi dae su ludu

Puru si non as a ottènner bantos

Proa a dare un’azudu

Lo iscurtes sas muidas

Lassa puru sas peàdas

Sa tritessa commo est luìda

E de realidade aundàda

Arantzos in bucca a sos pitzinnos

A sa muda in sa rena, setzidos

Fussiledos in sa pala

Pedras in sa bertula

Issos cherent una terra

Pitzinnos in sa gherra

Su destinu in sos isteddos (falet subra a sos piseddos)

Est dromende a bentre a chelu (un’ateru chelu pro lentolu)

Brinca sos trabentos

Bessi dae su ludu

Puru si non as a ottener bantos

Proa a dare un’azudu

Fintzas a cando sa pena

Su mundu in sas manos at àere

Ischidaticche in bona lena

Fortzis gia giuches su chi cheres

Arantzos in bucca a sos pitzinnos

A sa muda in sa rena, setzidos

Fusilledos in sa pala

Pedras in sa bertula

Issos cherent una terra

Pitzinnos in sa gherra

Issos cherent una terra

 

Trenta quaranta cinquanta

Mitragliatrice canta

A tenore

Tutti seduti giù per terra

Quaranta cinquanta cinquantuno

Ferite di coltello Nel cuore

Tutti seduti giù per terra

Pitzinnos in sa gherra

BAMBINI NELLA GUERRA

 Se sei di cattivo umore

e rimesti nei pensieri

e la veloce ala del grecale

spinge echi di lamenti

evita i precipizi, esci dal fango,

anche se non otterrai alcun riconoscimento.

prova a dare un aiuto.

Non ascoltare i fruscii lascia pure le impronte.

La tristezza adesso è redenta e di realtà inondata.

   Arance in bocca ai bambini

   in silenzio sulla rena, seduti fucilini in spalla,

   pietre nella bisaccia,

   loro vogliono una terra:

   bambini nella guerra.

Il destino nelle stelle (scenda sopra ai bambini)

sta dormendo a pancia all’aria (un altro cielo per lenzuolo)

evita i precipizi, esci dal fango, anche se non otterrai alcun riconoscimento.

prova a dare un aiuto.

Fino a quando il dolore avrà il mondo nelle mani svegliati di buona lena forse hai già quello che vuoi.

   Arance in bocca ai bambini

   in silenzio nella strada,

   seduti fucilini in spalla, pietre nella bisaccia,

   loro vogliono una terra:

   bambini nella guerra.

   Loro vogliono una terra…

mitragliatrice canta a tenore

tutti seduti giù per terra

Quaranta cinquanta cinquantuno

ferite di coltello nel cuore

tutti seduti giù per terra

bambini nella guerra

 

Nel calendario di Romolo, Marzo era il primo mese dell’anno. Poi nel calendario giuliano, cioè il calendario solare che si basa sul ciclo delle stagioni, diventa il terzo ed ha 31 giorni.

li suo nome deriva dalla lingua latina e precisamente dalla parola Martius, in omaggio al dio romano della guerra Marte. In questo mese, i guerrieri tiravano fuori scudi, lance ed elmi e gli eserciti si rimettevano in marcia, in un inizio di stagione che tende al bello, tra un tiepido solicello che va e viene (Marzo pazzerello guarda il sole e prendi l’ombrello), un venticello che fa bene ai campi (Marzo ventoso, frutteto maestoso) e, talvolta, qualche spruzzo di neve che non dura (Neve marzolina dalla sera alla mattina). La temperatura lieve era la miglior cosa per non sudare sotto il peso degli zaini e dei ferri bellicosi e la rinata luce del giorno permetteva accampamenti e scorribande sicure. Tante le guerre allora, come si sa: dalla prima guerra punica che fu decisa nella battaglia delle Isole Egadi il 10 marzo 241 a.c, alla guerra contro i Daci nel marzo del 101 d.C., fino al tumulto delle famose Idi di metà mese, dove trovò la morte Giulio Cesare.

Fin dall’antichità marzo era visto come l’inizio di qualsiasi attività, umana     e della natura, dopo il lungo letargo dell’inverno.

A differenza della suddivisione dell’anno ad opera dei romani, nel Medioevo, un periodo in cui il senso del tempo usciva dalla rigidità matematica, risultò più congeniale associare ad ogni mese un’attività tipica, come quella del contadino che si preoccupa del proprio raccolto, o del medico che consiglia al suo paziente la terapia più appropriata. Nel mese di marzo i contadini erano dediti anche a contare le gelate grazie alle quali prevedevano la rugiada di aprile.

STORIE DI PRIMAVERA

Verso la fine del 1800 I’ importante storico austriaco Julius van Schlosser fece conoscere al mondo un interessante manoscritto miniato risalente al tardo Medioevo. Non è il solo esempio di prontuario che viene da quell’ epoca. Lo Schlosser   ipotizza che questo  sia stato commissionato da un nobile del tempo appartenuto alla famiglia Cerruti di Verona, con l’intenzione di  offrire conoscenze scientifiche unite ad  immagini curiose e divertenti.

Quest’ opera  si compone di 108 carte o fogli che raccolgono 208 miniature, ognuna accompagnata da un testo latino di commento, di rara bellezza e di grande interesse. Molto di quanto si sa degli usi e costumi di quell’epoca trova la sua fonte in questo documento, che prende appunto il nome di “Libro di casa Cerruti” dallo stemma che una di queste immagini ritrae nella prima pagina.

Le miniature ci danno  notizie su alberi da frutta, ortaggi, spezie, fiori, cereali e cibi che ne derivano, animali, vesti, le quattro stagioni e le loro caratteristiche, le attività, gli svaghi e quanto ancora riguarda la vita dell’uomo della fine del 1300. Esse vengono attribuite a Giovannino de’ Grassi e la sua scuola, architetto, pittore e scultore che visse e operò tra il 1350 e il 1398,anno della sua morte.

li testo del manoscritto è una rielaborazione del  compendio arabo “Tacuinum sanitatis” di lbn Botlan, studioso e medico arabo contemporaneo del persiano Avicenna.

lbn Botlan traeva le sue conoscenze mediche, storiche e filosofiche  dall’antichità precedente a Cristo di Alcmeone, Pitagora e Empedocle, che nel corso dei secoli vennero studiati, accolti e confutati, e che sono all’ origine del nostro sapere medico. Se, da un lato, si guardava alla cultura araba e tardo antica degli erbari, dall’altro si riportano usi e costumi della realtà del quattordicesimo secolo.

Uno dei pilastri teorici riportati è che il cosmo si compone di quattro elementi: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco. Se in uno schema mentale essi si immaginano ai vertici di un quadrato, fra loro si dispongono le quattro qualità fondamentali: il caldo, fra il fuoco e l’aria, l’umido fra l’aria e l’acqua, il freddo tra l’acqua e la terra, il secco fra la terra e il fuoco. Tutto ciò che esiste proviene dalla fusione di due di queste realtà e si distingue per la preponderanza di un elemento sull’altro. Ai quattro elementi corrispondono anche le quattro età dell’uomo, gli organi principali, le quattro stagioni. La chiave di lettura del Libro sta in quella serie di corrispondenze da cui si deducono gli effetti positivi e nocivi di ogni cibo, di ogni azione, di ogni situazione.

Riguardo la Primavera nel Libro si riportano immagini di uccellini, roseti in fiore, scene di vita di fanciulle e fanciulli intenti ad attività all’aria aperta. La Primavera corrisponde all’aria e, essendo quest’ultima contigua al fuoco e all’acqua, la sua natura si caratterizza per le qualità del caldo e dell’umido: “…da preferire è il suo periodo centrale; giova universalmente agli animali e a quanto nasce dalla terra; nuoce ai corpi umidi, perchè in loro genera putredine; produce nel corpo umore buono e molto sangue; conviene alle complessioni fredde, secche e temperate, ai giovani e agli altri, alle regioni temperate e quasi a tutte le altre”.

A Marzo la natura si sveglia e riprendono i lavori nei campi, negli orti e giardini.

LA FOGHERACCIA DI SAN GIUSEPPE

La Focheraccia o Fogheraccia o Fuochi di san Giuseppe o ancora Focarina è una ricorrenza tipica del folclore romagnolo dedicata a San Giuseppe.

Ogni anno il 18 marzo (giorno del calendario dedicato al Santo), appena dopo il tramonto, gli abitanti dei quartieri delle città così come delle campagne, si danno appuntamento attorno a pire di legna precedentemente raccolta che iniziano ad accendere tagliando suggestivamente il buio della notte tra veglie improvvisate al calore della fiamma e piccole feste a base di musica e vin brulè.

Pittoresca e arcaica, la tradizione dei Fuochi di San Giuseppe è certamente precedente al culto cristiano e affonda le sue origini nei riti pagani di passaggio dall’inverno alla primavera. Solitamente infatti le pire vengono preparate proprio con la legna e i rami di risulta dalla potatura.

Spesso sono le stesse Parrocchie che organizzano e promuovono la raccolta a cui contribuiscono tutti gli abitanti della zona. La raccolta può iniziare anche settimane prima dalla data del 18 marzo e spesso le singole Focheracce innescano divertenti competizioni tra i propri promotori con vere e proprie corse a chi si accaparra le scorte di legna migliori.

SAN FOCA LORTOLANO

Riportiamo integralmente il contributo al sito Santi e Beati di Gianpiero Pettiti che ritrae con precisione la figura del Santo. 11 Lospitalità, si sa, è dovere di ogni buon cristiano; l’amore vicendevole ed il perdono fraterno anche. Ma arrivare al punto da preparare cena, prestare il proprio letto e fornire lenzuola di bucato ai propri assassini è eroismo puro. Che ci viene insegnato oggi da un santo dal nome strano ma dalla storicità certa, che gode di una vastissima devozione tanto in Oriente come in Occidente, al punto che c’è chi lo festeggia a marzo, chi a luglio e chi il 22 settembre. Addirittura hanno provato ad “inventare” altri santi con lo stesso nome, ma l’unico autentico è proprio quello dal mestiere più umile e dalla testimonianza più coraggiosa, San Foca il giardiniere.

La sua vicenda umana si colloca nei primi secoli dell’era cristiana, sicuramente non oltre il quarto secolo; le prime testimonianze su di lui arrivano da un panegirico del V secolo, così stringato, documentato e presentato con tono di rapida sequenza, come di cronaca giornalistica, da non lasciare dubbio alcuno sull’autenticità del personaggio celebrato. Dicevamo: Foca è giardiniere, forse anche benestante, dato che è famoso presso i suoi contemporanei per la sua generosità verso i poveri e per l’ospitalità che offre a tutti nella sua casa.

Vive a Sinope, un grande porto sul Mar Nero ed è cristiano, il che, all’epoca in cui vive, non è certo una scelta di comodo o una semplice tradizione di famiglia, visto che continuamente i cristiani sono perseguitati e uccisi dall’imperatore di turno, che in questa maniera si illude di spegnere la nuova religione che sta prendendo piede. Foca, oltre che generoso ed ospitale, è forse anche un personaggio in vista; oppure la sua testimonianza è così limpida e convincente da rappresentare un pericolo per l’autorità politica. Così viene condannato a morte senza processo e mandano due sicari sulle sue tracce, con il preciso incarico di eseguire immediatamente la condanna capitale. Per ironia della sorte i due sicari, giunti nei pressi di Sinope, bussano proprio alla porta di Foca per avere informazioni sul “pericoloso cristiano” di cui sono alla ricerca e si vedono spalanc are la porta di quella casa, tradizionalmente ospitale, offrire un pasto sostanzioso e un buon letto su cui riposare. Non hanno nessun problema a rivelare a quell’uomo così cortese il motivo del loro viaggio e non si fanno scrupoli nel chiedergli consiglio sul modo migliore per giungere in fretta a mettere le mani su quel tal Foca e così portare a termine la loro missione. Invitati a trascorrere la notte in quella casa con la promessa di ricevere dal loro ospite utili indicazioni il mattino successivo, quale non è, al risveglio, la loro sorpresa nel trovarlo di buon mattino già in giardino, dove ha appena finito di scavare una fossa. Ma alla sorpresa si aggiunge un più che comprensibile problema di coscienza, nello scoprire che è proprio lui quel Foca di cui sono alla ricerca. Che li invita a compiere il loro dovere, dato che non ha voluto, anche se avrebbe potuto mentre dormivano, sfuggire ai suoi carnefici, ai quali anzi ha risparmiato anche la fatica di scavargli la fossa. E in quella lo seppelliscono dopo averlo trapassato con la spada, in mezzo ai fiori ed agli ortaggi del suo giardino, umile seme di autentica testimonianza cristiana.

Giardinieri,ortolani e i marinai orientali lo venerano loro patrono.

Viene invocato contro il morso dei serpenti: secondo la tradizione, chiunque, dopo il morso, aveva la possibilità di toccare la porta della basilica del martire veniva immediatamente risanato.”

 

Si ringraziano i siti www.riviera.rimini.it, www. ecocastelli.it, www.ilsantodelgiorno.it, Il libro di casa Cerruti.

La Preghiera del 2 marzo

In questi giorni non possiamo non rivolgere un pensiero al mondo, al nostro mondo in cui l’allarme della guerra si fa forte. Il nostro è già un mondo in guerra: Siria, Yemen, Sud Sudan e Ucraina stessa sono luoghi di buio e paura. Vorremmo poter trattare temi meno scottanti. Vorremmo poterci distrarre e stare bene così, senza pesi sul cuore. Ma in ogni istante della nostra quotidianità piccola e silenziosa, in quei luoghi l’offesa dell’uomo sull’ uomo tinge di peccato ogni giornata. Questo è peccato, il maggior peccato, non uccidere, non schiacciare e non prevaricare.Ci sono ragioni che l’uomo comune  non può comprendere. Al cristiano corre in aiuto la coscienza dell’ esistenza del male, come entità contrapposta alla parola di Cristo. Ma Cristo dalla sua croce e con la sua  croce ha tracciato la strada per il bene, che è costeggiata per intero dalla nostra preghiera. La mia esperienza personale è quella tipica di un cristiano debole, incapace spesso di pregare. Eppure sento che la preghiera è mistero e strumento per i momenti in cui non sembra esserci altra possibilità.
Il Santo Padre ci invita ad una preghiera e al digiuno  il giorno 2 marzo. Saremo ben attenti a non cadere nel tranello nel quale spesso cadiamo ovvero nel ritenere la preghiera una sorta di bacchetta magica.” La preghiera più bella è quella del Padre Nostro che è una” preghiera “di sole domande” ma  le “prime che pronunciamo sono tutte dalla parte di Dio. Chiedono che si realizzi non il nostro progetto, ma la sua volontà nei confronti del mondo. Meglio lasciar fare a Lui”.
Il Papa  ci insegna che il nostro atteggiamento può essere solo di umiltà e di attesa. I nostri tempi non sono i tempi di Dio e a volte ci sentiamo inascoltati, ci arrabbiamo, ci allontaniamo. “Quante volte abbiamo chiesto una grazia, un miracolo, diciamolo così, e non è accaduto nulla. Poi, con il tempo, le cose si sono sistemate ma secondo il modo di Dio, il modo divino, non secondo quello che noi volevamo in quel momento. Il tempo di Dio non è il nostro tempo”.
Papa Francesco con amore conduce il nostro pensiero ad una svolta di luce: anche la preghiera che Gesù rivolge al Padre nel Getsemani sembra rimanere inascoltata e  sembra quasi che il Padre non lo abbia ascoltato. “Il Figlio dovrà bere fino in fondo il calice della passione. Ma il Sabato Santo non e’ il capitolo finale, perche’ il terzo giorno, cioè la domenica, c’è la risurrezione”.Ecco il punto centrale della nostra fede, il punto di svolta della nostra vita verso la luce:  “Il male è signore del penultimo giorno”, “mai è un signore dell’ultimo giorno, no: del penultimo, il momento dove è più buia la notte, proprio prima dell’aurora. Lì, nel penultimo giorno c’è la tentazione dove il male ci fa capire che ha vinto, ma è solo nel penultimo. “Il male è signore del penultimo giorno: l’ultimo giorno c’è la risurrezione”. E “Dio è il Signore dell’ultimo giorno. Perché quello appartiene solo a Dio, ed è il giorno in cui si compiranno tutti gli aneliti umani di salvezza. Impariamo questa pazienza umile di aspettare la grazia del Signore, aspettare l’ultimo giorno. Tante volte, il penultimo giorno è molto brutto, perché le sofferenze umane sono brutte. Ma il Signore c’è e all’ultimo giorno Lui risolve tutto”
Quanto fragili siamo! Come bambini imploriamo attenzione da Dio che sembra non ascoltarci, ma ci accetta in attesa che giunga per noi il tempo della maturità. Pregare allora è un atto maturo e , al tempo stesso,  ci fa crescere, perché pregando sperimentiamo la nostra capacità di aspettare e di farlo con serenità. A questo proposito, propongo alcuni pensieri in poesia di padre Davide Maria Turoldo. Appartengono alla sua fase finale, prossimo alla  morte per malattia. La forza della preghiera è tanto più grande quanto più lo sono il dolore e la paura. Ma, alla fine, resta il suo trionfo, quasi inatteso, se non si trattasse di un gigante dell’amore per Dio.
“Io non prego perché Dio intervenga.
Chiedo la forza di capire, di accettare, di sperare.
Io prego perché Dio mi dia la forza di sopportare il dolore e di far fronte anche alla morte con la stessa forza di Cristo.
Io non prego perché cambi Dio, io prego per caricarmi di Dio e possibilmente cambiare io stesso, cioè noi, tutti insieme, le cose.
Infatti se, diversamente, Dio dovesse intervenire, perché dovrebbe intervenire solo per me, guarire solo me, e non guarire il bambino handicappato, il fratello che magari è in uno stato di sofferenza e di disperazione peggiore del mio?
Perché Dio dovrebbe fare queste preferenze? Perché dire: Dio mi ha voluto bene, il cancro non ha colpito me ma il mio vicino! E allora: era un Dio che non voleva bene al mio vicino? E se Dio intervenisse per tutti e sempre, non sarebbe un por fine al libero gioco delle forze e dell’ordine della creazione? Per questo per me Dio non è mai colpevole.
Egli non può e non deve intervenire. Diversamente, se potendo non intervenisse, sarebbe un Dio che si diverte davanti a troppe sofferenze incredibili e inammissibili. Ecco perché, come dicevo prima, il dramma della malattia, della sofferenza e della morte è anche il dramma di Dio”.
Il male della storia che imperversa nelle guerre è il dramma di Dio.
Il Santo Padre ci chiede di pregare  per scongiurare  questo conflitto, che  rischia di divenire mondiale se l’uomo non si fermerà, pregando. 

“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”(Lc 6,36)

Parte da questa esortazione la bellissima lettera che il Santo Padre ci dona in occasione della XXX  giornata Mondiale del malato, che sarà celebrata il giorno 11 Febbraio. È veramente un dono grande, che Buonincontro gira direttamente ai suoi lettori con la stessa intenzione di affetto e conforto. Ne abbiamo tutti bisogno. Siamo assetati di mani tese, di sguardi amorevoli, di ascolto del dolore e del pianto. E quindi cosa può impedirci di essere compassionevoli? Nulla, non l’egoismo, non l’indifferenza. Il dolore patito ci piega, il dolore curato ci innalza. Siamo parte di entrambi, ne abbiamo forzatamente conoscenza. Ricordiamolo sempre.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
11 febbraio 2022
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).
Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità

Cari fratelli e sorelle,
trent’anni fa san Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura. [1]

Siamo riconoscenti al Signore per il cammino compiuto in questi anni nelle Chiese particolari del mondo intero. Molti passi avanti sono stati fatti, ma molta strada rimane ancora da percorrere per assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie di cui hanno bisogno; come pure l’accompagnamento pastorale, perché possano vivere il tempo della malattia uniti a Cristo crocifisso e risorto. La 30ª Giornata Mondiale del Malato, la cui celebrazione culminante, a causa della pandemia, non potrà aver luogo ad Arequipa in Perù, ma si terrà nella Basilica di San Pietro in Vaticano, possa aiutarci a crescere nella vicinanza e nel servizio alle persone inferme e alle loro famiglie.

1. Misericordiosi come il Padre

Il tema scelto per questa trentesima Giornata, «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36), ci fa anzitutto volgere lo sguardo a Dio “ricco di misericordia” (Ef 2,4), il quale guarda sempre i suoi figli con amore di padre, anche quando si allontanano da Lui. La misericordia, infatti, è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme. Per questo possiamo dire, con stupore e riconoscenza, che la misericordia di Dio ha in sé sia la dimensione della paternità sia quella della maternità (cfr Is 49,15), perché Egli si prende cura di noi con la forza di un padre e con la tenerezza di una madre, sempre desideroso di donarci nuova vita nello Spirito Santo.

2. Gesù, misericordia del Padre

Testimone sommo dell’amore misericordioso del Padre verso i malati è il suo Figlio unigenito. Quante volte i Vangeli ci narrano gli incontri di Gesù con persone affette da diverse malattie! Egli «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Possiamo chiederci: perché questa attenzione particolare di Gesù verso i malati, al punto che essa diventa anche l’opera principale nella missione degli apostoli, mandati dal Maestro ad annunciare il Vangelo e curare gli infermi? (cfr Lc 9,2).

Un pensatore del XX secolo ci suggerisce una motivazione: «Il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro». [2] Quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare, a questo proposito, i numerosi ammalati che, durante questo tempo di pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco, allora, l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza. [3]  

3. Toccare la carne sofferente di Cristo

L’invito di Gesù a essere misericordiosi come il Padre acquista un significato particolare per gli operatori sanitari. Penso ai medici, agli infermieri, ai tecnici di laboratorio, agli addetti all’assistenza e alla cura dei malati, come pure ai numerosi volontari che donano tempo prezioso a chi soffre. Cari operatori sanitari, il vostro servizio accanto ai malati, svolto con amore e competenza, trascende i limiti della professione per diventare una missione. Le vostre mani che toccano la carne sofferente di Cristo possono essere segno delle mani misericordiose del Padre. Siate consapevoli della grande dignità della vostra professione, come pure della responsabilità che essa comporta.

Benediciamo il Signore per i progressi che la scienza medica ha compiuto soprattutto in questi ultimi tempi; le nuove tecnologie hanno permesso di approntare percorsi terapeutici che sono di grande beneficio per i malati; la ricerca continua a dare il suo prezioso contributo per sconfiggere patologie antiche e nuove; la medicina riabilitativa ha sviluppato notevolmente le sue conoscenze e le sue competenze. Tutto questo, però, non deve mai far dimenticare la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e le sue fragilità. [4] Il malato è sempre più importante della sua malattia, e per questo ogni approccio terapeutico non può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure. Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare, sempre è possibile consolare, sempre è possibile far sentire una vicinanza che mostra interesse alla persona prima che alla sua patologia. Per questo auspico che i percorsi formativi degli operatori della salute siano capaci di abilitare all’ascolto e alla dimensione relazionale.

4. I luoghi di cura, case di misericordia

La Giornata Mondiale del Malato è occasione propizia anche per porre la nostra attenzione sui luoghi di cura. La misericordia verso i malati, nel corso dei secoli, ha portato la comunità cristiana ad aprire innumerevoli “locande del buon samaritano”, nelle quali potessero essere accolti e curati malati di ogni genere, soprattutto coloro che non trovavano risposta alla loro domanda di salute o per indigenza o per l’esclusione sociale o per le difficoltà di cura di alcune patologie. A farne le spese, in queste situazioni, sono soprattutto i bambini, gli anziani e le persone più fragili. Misericordiosi come il Padre, tanti missionari hanno accompagnato l’annuncio del Vangelo con la costruzione di ospedali, dispensari e luoghi di cura. Sono opere preziose mediante le quali la carità cristiana ha preso forma e l’amore di Cristo, testimoniato dai suoi discepoli, è diventato più credibile. Penso soprattutto alle popolazioni delle zone più povere del pianeta, dove a volte occorre percorrere lunghe distanze per trovare centri di cura che, seppur con risorse limitate, offrono quanto è disponibile. La strada è ancora lunga e in alcuni Paesi ricevere cure adeguate rimane un lusso. Lo attesta ad esempio la scarsa disponibilità, nei Paesi più poveri, di vaccini contro il Covid-19; ma ancor di più la mancanza di cure per patologie che necessitano di medicinali ben più semplici.

In questo contesto desidero riaffermare l’importanza delle istituzioni sanitarie cattoliche: esse sono un tesoro prezioso da custodire e sostenere; la loro presenza ha contraddistinto la storia della Chiesa per la prossimità ai malati più poveri e alle situazioni più dimenticate. [5] Quanti fondatori di famiglie religiose hanno saputo ascoltare il grido di fratelli e sorelle privi di accesso alle cure o curati malamente e si sono prodigati al loro servizio! Ancora oggi, anche nei Paesi più sviluppati, la loro presenza è una benedizione, perché sempre possono offrire, oltre alla cura del corpo con tutta la competenza necessaria, anche quella carità per la quale il malato e i suoi familiari sono al centro dell’attenzione. In un tempo nel quale è diffusa la cultura dello scarto e la vita non è sempre riconosciuta degna di essere accolta e vissuta, queste strutture, come case della misericordia, possono essere esemplari nel custodire e curare ogni esistenza, anche la più fragile, dal suo inizio fino al suo termine naturale.

5. La misericordia pastorale: presenza e prossimità

Nel cammino di questi trent’anni, anche la pastorale della salute ha visto sempre più riconosciuto il suo indispensabile servizio. Se la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri – e i malati sono poveri di salute – è la mancanza di attenzione spirituale, non possiamo tralasciare di offrire loro la vicinanza di Dio, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. [6] A questo proposito, vorrei ricordare che la vicinanza agli infermi e la loro cura pastorale non è compito solo di alcuni ministri specificamente dedicati; visitare gli infermi è un invito rivolto da Cristo a tutti i suoi discepoli. Quanti malati e quante persone anziane vivono a casa e aspettano una visita! Il ministero della consolazione è compito di ogni battezzato, memore della parola di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» ( Mt 25,36).

Cari fratelli e sorelle, all’intercessione di Maria, salute degli infermi, affido tutti i malati e le loro famiglie. Uniti a Cristo, che porta su di sé il dolore del mondo, possano trovare senso, consolazione e fiducia. Prego per tutti gli operatori sanitari affinché, ricchi di misericordia, offrano ai pazienti, insieme alle cure adeguate, la loro vicinanza fraterna.
Su tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
Roma, San Giovanni in Laterano, 10 dicembre 2021, Memoria della B.V. Maria di Loreto    
Francesco

 
[1] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lettera al Cardinale Fiorenzo Angelini, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale degli Operatori Sanitari, per l’Istituzione della Giornata Mondiale del Malato (13 maggio 1992).
[2] E. Lévinas, « Une éthique de la souffrance », in Souffrances. Corps et âme, épreuves partagées, a cura di J.-M. von Kaenel, Autrement, Paris 1994, pp. 133-135.
[3] Cfr Messale Romano, Prefazio Comune VIII, Gesù buon samaritano.
[4] Cfr Discorso alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, 20 settembre 2019.
[5] Cfr Angelus al Policlinico “Gemelli” di Roma, 11 luglio 2021.
[6] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 200.
Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana – FONTE

 

La paura della libertà. La paura di pensare

Anche il binomio paura-libertà rischia di sfuggirmi, vorrei che non avesse fondamento e la mia mente non lo tollera. La mia libertà, come bene mi chiarisce il Casati, è una presuntuosa illusione: altri nel tempo hanno segnato “rotte di navigazione” delle coscienze, anche della mia, sempre troppo fragili e immature per scegliere. E su questa ammissione mi fermo, con entrambi i piedi nella pozzanghera dell’ipocrisia. La libertà si allontana da me, che non sono mai stata in grado di esercitarla, dimostrando che la storia non mi ha insegnato niente. Impietosamente mi rimprovero per le rinunce, per il nascondermi, per il camuffare con parole svuotate, il mio comportamento, legato con lacci di convenienza. Mi muovo liberamente perché sarebbe, come scrive il Casati, vocazione umana, ma mi faccio interprete di un vivere ancora una volta in preda a dettami di altri. In maniera cruda Casati scrive che :”Le lusinghe del potere sono altamente seduttive….a volte neppure ci si accorge che per un pugno di vantaggi si è sul punto di vendere la libertà”. Una mente libera è in grado di creare il nuovo e di trovare soluzioni e per questo è temuta da chi vuole tutto per sé. Anche io mi adeguo a non essere o pretendere più di quanto da altri è concesso. Per questo mi chiedo se sono vocata alla libertà o condannata alla mediocrità. In questo arrotolarmi sulle mie azioni quotidiane, mi salva solo il fatto di non cedere alla violenza, di non agire in mala fede per ottenere privilegi, di non superare il limite che ogni ricerca di indipendenza contiene, per non agire il male. Questo mi salva: Il timore di trasformare un diritto in male mi trattiene dall’agire il diritto stesso. La mia mediocrità mi tutela dal divenire prepotente. Ma cosa potrei fare e sarei chiamata a fare per vivere una libertà pulita, che innalza il mio Spirito fino ad essere “buona notizia” per altri? Potrei agire secondo l’amore liberante di Cristo. Tutte le mie paure, quelle che mi abitano, potrebbero trovare soluzione nell’esercizio del perdono, della verità e del rispetto dell’altro sempre, in ogni occasione e senza condizioni. Casati cita San Paolo ai Galati:” Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. Cristo è libero come Dio lo vuole. Alla paura di esercitare la nostra libertà si lega la paura di pensare. Il capitolo che la tratta è una esplosione di energia. È bellissimo il passo nel quale Casati ci esorta letteralmente a “sbendare” la nostra mente, liberandoci da inutili timori perché così Dio ci vuole, capaci di pensiero e alla ricerca di pensiero, sbloccando gli ingranaggi atrofici a causa del non uso. È una apertura esaltante la preghiera a Dio affinché non ci fornisca ogni chiave di lettura della vita, ma ci lasci il piacere di scoprire le sue ombre , persino nella notte, persino al chiuso, persino al buio, persino oltre la morte!. Non dobbiamo aver paura di pensare, pensare con la nostra testa, perché se da un lato non bastiamo a noi stessi, dall’altro ancora non abbiamo capito il bello di cui Dio ci ha dotati, il bello del dono della vita.

Il passato non passa

È di questi giorni una storia non nuova , ma molto importante. Voglio parlare di questo argomento, anche se trito e ritrito, perché ritengo sia necessario, in questo nostro tempo sull’orlo dell’ aridità e della totale noncuranza. Si tratta del ritrovamento della piastrina di riconoscimento appartenente ad un nostro militare disperso nella tragica campagna di Russia. In quei luoghi stanno riaffiorando i resti delle fosse comuni dove furono gettati i cadaveri, dopo giorni di violenza e agonia. È la storia del soldato Marino Donati, originario della Toscana e precisamente di Lucignana in provincia di Lucca. Le ultime sue notizie giunsero alla famiglia nel gennaio del 1943, poi il silenzio sino ad oggi. Marino Donati aveva 28 anni , era sposato e aveva un figlio in arrivo, che non ha mai conosciuto. Oggi quel figlio ha 79 anni e sta vivendo questo evento con una emozione difficile da quantificare. È un sentimento speciale perché ha il colore scuro della morte, ma la risposta che provoca paradossalmente è di grande gioia. Il figlio si chiama Giuliano e ha una sorella nata dal secondo matrimonio della madre. Si tratta della poetessa e critica letteraria Alba Franceschini, nota con lo pseudonimo di Alba Donati. Alba ha fatto di questa triste storia la sua storia, vissuta attraverso le emozioni della mamma, la sua tristezza, la sua malinconia. Sulla sua pagina Facebook la poetessa ha postato una frase estrapolata da un dialogo con la madre affranta e scrive :”Lo so mamma, era tuo marito, era l’amore, la speranza, l’attesa, il pianto”.
Sono buchi neri che esplodono all’improvviso e rimuovono il primo strato del ricordo che ormai è diventato sedimento. Sono vuoti di una vita vissuta nella rassegnazione e in quel misto di paura e oblio, il cui esito è soltanto una flebile speranza. La scomparsa di un affetto tanto grande e il totale silenzio di sue notizie è logorante e favorisce il formarsi di una crosta sulla ferita profonda, ma sempre viva e dolorosa. A ciò si somma una realtà viscida e di cui non ero a conoscenza: esiste un amorale commercio di piastrine, mostrine, lettere e brandelli di divise ritrovate in quella terra, oggetti venduti nel totale disprezzo del loro valore umano. Quei luoghi stanno restituendo i resti mineralizzati dei mille e mille dispersi seppelliti in aree immense, lande desolate non ancora urbanizzate. Molti di loro resteranno senza nome, come brandelli di vite sprecate nel più orrido dei “mestieri”, esercitato senza alcuna colpa o disonorevole macchia, come solo puo essere intesa la guerra. Tante famiglie hanno dovuto fare tacere i ricordi per anni e anni. Il passato non passa mai, anche se la vita di queste famiglie ha potuto conoscere ancora la serenità, ma c’è di più. Ricordare questo passato può produrre amore, un amore malinconico e struggente, ma è giusto che i giovani oggi lo ritrovino negli occhi e nelle parole di genitori e nonni. È un amore che educa all’ attesa e all’elaborazione della mancanza e del vuoto, per diventare il moto di un’anima appassionata alla vita. La memoria del passato ha bisogno di essere accolta con onestà intellettuale e spirito critico positivo, avulso da ulteriore violenza, al fine di ispirare comportamenti moralmente integerrimi, nei quali non trovino posto la derisione e tantomeno il lucro.

Le paure che ci abitano. 1

Spero sarà cosa gradita se per un po’ occuperò questo spazio con un’esperienza per me nuova, cioè raccontare un libro toccandone di volta in volta due capitoli e avvicinandone il contenuto alla nostra esperienza quotidiana. Il titolo del libro che ho scelto è “Le paure che ci abitano” . L’autore, don Angelo  Casati, incontra ben dodici paure che fanno parte di noi, a volte ne siamo attori  e a volte ne subiamo gli effetti. Cercherò di coglierne, di capitolo in capitolo, qualche elemento, sperando di farvi desiderare la sua lettura integrale. La vera sorpresa è scoprire che nonostante il tema sia gravoso, la paura appunto,  si fa largo sempre fra le righe la possibilità di superarne il peso e di vincerlo, giungendo a scorgere al fine una confortante  luce. È  quasi una promessa, mantenuta ad ogni capitolo. Scrive Casati:”Dio si è portato in basso perché ogni forma di superiorità e di soggezione, ogni forma di paura si sciogliesse come neve al sole”. Casati  avvia il suo lavoro parlandoci  della paura della vita, che in noi si traduce in un fare continuo e in affanno, in apprensione, in disordine. E mi tornano alla mente le parole della canzone Lasciati fare, di Claudio Chieffo, il quale a sua volta si rifà al Vangelo: non ti affannare per sapere cosa mangiare e cosa bere, il Signore veste anche i gigli del campo. Tante e tante volte ho cantato queste parole di speranza senza coglierne il senso . Lasciati fare…lascia fare a Dio padre, perché nell’abbandono alle sue braccia troverai la calma, il senso e l’equilibrio in tutto, specie là dove sembra impossibile. Non ho mai saputo come abbandonarmi  a Lui e ammetto di essere stata colta da una spenta voracità, come Casati chiama questo vivere caotico e affannato. E in tal modo mi sfugge la vita stessa,  fatta di armonia, di passione e di incanto, che non vedo. Traslato su un piano più ampio e guardando oltre l’orizzonte minimo della mia vita, diviene attuale il quesito sul futuro della terra, sulla possibilità di vita che ad essa concederemo, dato che il nostro affannarci ne sta spegnendo ogni luce. La dimensione nella quale vivere senza paura della vita la conosciamo già e non è la vita dopo la morte, ma questa nostra vita, sulla terra, ora. Siamo chiamati ora, finalmente, a vederne l’armonia, giocandoci ogni giorno gli strumenti,  che abbiamo in abbondanza. Tocco così proprio la seconda paura che ci abita ed è la paura di Dio. Ma Dio, scrive Casati, non ci giudica dall’alto in basso. Nemmeno davanti ai nostri errori, non è  il Dio di Michelangelo, il Dio dalla spada infuocata. Adamo ed Eva non sono nudi, Dio ha fatto per loro un abito di pelle. L’amore smisurato di Dio per l’uomo fa sì che egli possa abbracciare il fratello che gli sta accanto, non lo guarda dall’alto in basso, non lo domina, non gli fa paura. Che meraviglia, possiamo vivere la vita senza temerla, senza fretta, abbracciati ad un Dio che ci ama e il saperlo  ci dà coraggio. Ecco il finale che aspettavo, la soluzione al timore della vita e al timore di Dio. 

Si ringraziano i siti www.riviera.rimini.it, www. ecocastelli.it, www.ilsantodelgiorno.it, Il libro di casa Cerruti.







Le paure che ci abitano. 2

Una paura che mi abita da sempre è senza dubbio quella dell’inedito, dello sconosciuto. Di conseguenza, per non trovarmi in difficoltà, ho spesso ritenuto utile non mettermi io stessa in situazioni nuove, perché interiormente disarmata, spaesata e arrabbiata al tempo stesso per aver scelto di non muovermi. Ma la vita è un viaggio non programmabile fin dai primi istanti. Casati mi porta sulla strada del possibile e mi argomenta che la famiglia di Nazareth ha sfidato ogni timore mettendosi in viaggio, dopo che Maria e Giuseppe avevano fatto forza in se stessi, individualmente, mossi dalle parole degli angeli. La maternità di Maria e l’obbedienza di Giuseppe sono  elementi senza dubbio rivoluzionari. Per Maria e Giuseppe, come per noi ora, gli orizzonti erano incerti e imprevedibili, ma non hanno rinunciato e non hanno recriminato. In loro convivono fede e sconcerto. Tutti noi siamo  chiamati a crescere e a maturare lo stesso senso di affidamento ,  siamo chiamati a muoverci consapevoli di essere “paternamente vegliati” dall’alto, ma  protagonisti comunque del nostro viaggio, forti della voce di Dio che fa tacere in noi la paura dell’inedito.
Il viaggio della vita terrena ha una fine. Casati entra nel tema della paura della morte. Suggerisco a tutti la lettura di queste pagine, perché delicate e ricche di spunti per la riflessione.  Certo, anche Gesù ebbe paura della morte sin dalla sua vigilia nell’orto degli ulivi. Ai piedi del Monte Capaccio, non lontano dagli scavi archeologici di Paestum, vi è un santuario edificato nel 1959 il cui nome è Getsemani. È un luogo di spiritualità speciale, dove trova ospitalità il cristiano, ma anche chi ha un credo diverso o  chi non ha alcuna fede. Il cuore del Santuario è una statua a dimensioni reali di Gesù prostrato in meditazione, in pre ghiera, in dolore. Gesù aveva paura, lo racconta il suo corpo abbandonato a terra, lo racconta il suo viso contratto e in attesa di aiuto, se non di salvezza. E mentre il pellegrino ammira, la gola si stringe dalla commozione. A volte il cuore ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno che i sensi si incontrino e insieme sorreggano le emozioni.  Angelo Casati accompagna il lettore verso il superamento della paura della morte argomentando, a mio avviso con serenità, la trasformazione della morte in vita grazie all’amore, che la riveste di senso: “Ha così amato che è risorto. Un amore simile non  poteva rimanere costretto in una tomba. L’amore non sta in una tomba, ha passi di vento”. Comprendo che se non voglio temere la morte devo amare tanto. , Il volto di pietra del Santuario del Getsemani mi dice proprio questo: se non amo il fratello ho vissuto invano e muoio invano.  Nel suo “Canto della passione” Sant’Alfonso Maria de Liguori, vissuto nel 1700,  immagina un amorevole duetto  fra Gesù e  l’Anima la quale, dopo aver inveito contro Ponzio Pilato che  ha inflitto una morte tanto cruenta, parla amorevolmente con Gesù che ha patito quella violenza per amore dell’uomo. Se amo il mio fratello, non temo la morte. Riporto il testo del dialogo tra i due:

Dialogo tra l’anima e Gesù

A. – Dove, Gesù, ten vai?
G. – Vado per te a morir.
A. – Dunque per me a morire
ten vai, mio caro Dio!
Voglio venire anch’io,
voglio morir con te.
G. – Tu resta. In pace, e intendi
l’amore che ti porto;
e quando sarò morto,
ricordati di me.
Restane dunque, o cara,
e in segno del tuo amore;
donami tutto il core,
e serbami la fe’.
A. -Si, mio Tesor, mio Bene,
tutto il mio cor ti dono;
e tutta quanta io sono,
tutta son tua, mio Re.

La paura dell’altro e la paura della mitezza

Eccoci alla paura dell’altro. Io ho paura dell’altro. Ma, sul serio? Davvero mi fa paura la gente, mi fanno paura le persone che incontro, mi fanno paura gli uomini lontani, gli uomini mediati da uno schermo o da un microfono? No, non credo, mi sembra  difficile, non è vero. Ma Casati non si nasconde dietro un dito e non perde l’occasione di essere sincero:  mi pone sulla strada di un pensiero onesto e concreto. Io ho paura. Non sono pronta ad accogliere. Non ho vissuto una guerra, da bambina non avevo presente la categoria del nemico e le mie armi erano tutt’altro che affilate.  Ma in questo nostro tempo siamo provati da una richiesta fortissima di slanci che superino i nostri tabù e le nostre paure: l’integrazione della diversità richiede passione per l’altro, quella passione che consenta il conoscere, il fidarci, l’ascoltare, il toccare. Forse può aiutarci pensare che siamo tutti, proprio tutti, impastati allo stesso modo e non c’è nulla nella carne dell’altro che non sia anche in me. E sta proprio in questo il senso sublime della parola “fratello”: il non essere prevenuti ma, al contrario, essere attratti dalle differenze che emergono e si impogono  alla nostra considerazione, perché parti di un tutto che è anche in me. 
La paura dell’altro ci rende diffidenti. Ci induce a perdere il senso dell’equilibrio nel giudizio e dell’ orientamento nelle decisioni, in un solipsismo arrogante e pericoloso. La paura che ne deriva, e che purtroppo abita l’uomo,  è quella della mitezza. 
Il mite impressiona, suscita dubbi, interroga,  proprio  per la sua apparente debolezza. Il mite è provocatorio nel silenzio e nel nascondimento, pur temendo il dolore come qualsiasi altro uomo. Le vite di tanti martiri lo testimoniano. È possibile trovare la mitezza in molti uomini che ne hanno fatto uno stile di vita, emergendo come “leader”. Al contrario, c’è  chi ama sentirsi un “capo ” e ottiene ciò che vuole alzando la voce con aggressività.  Il mite viene spesso  assimilato al debole o al “bonaccione”. Altre volte viene  tacciato di superficialità e incoerenza, e additato come  inconcludente e inaffidabile. La modernità che viviamo appare ancora tanto lontana dal proporre esempi educativi positivi, nonostante le sollecitazioni delle tante filosofie di pace del mondo orientale e di quello occidentale. Non verrà mai scritto il manuale di una sana educazione  utile ad evitare che tanti  giovani crescano egocentrici ed egoisti,  bulli  e teppisti. Il mite è colui che sa ascoltare, sa aspettare, sa rimandare. Purtroppo nella  scelta tra la mitezza e la tracotanza, quest’ultima trascina molti nel tranello di essere un percorso più facile. Che inganno!  Il Casati naviga acque molto impetuose nel trattare  ampiamente  il tema delicato dell’arroganza nella Chiesa Cattolica. Purtroppo non  è un  luogo comune il fatto che il potere e il denaro anche ai nostri giorni, come in passato,  continuano a tentare molti uomini di Chiesa. È il loro modo di essere bulli. Hanno temuto la mitezza, hanno scelto di essere guasconi. Come possiamo superare il timore di fare della mitezza il nostro stile di vita?  Possiamo guardare alla figura del Cristo uomo nel mondo, possiamo attingere insegnamento nella realtà pulita e mite del Vangelo. 

La paura di amare e la paura della fragilità

È possibile aver paura di amare? La risposta, per quanto incredibile, è affermativa. Fatico ad ammetterlo, ma confortata dalle parole del Casati, affronto il tema guardando anche alla mia esperienza personale, accettando di fare un po’ di ricerca in me. In effetti, la questione mi suona come una contraddizione in termini, perché non sembra possibile che un moto del cuore così puro possa contenere motivi per la fuga da esso.  Non è la convivenza a spaventare e lo dimostra il fatto che anche laddove il vincolo non è scritto, si spera che il rapporto possa durare nel tempo. Dove è amore non dovrebbero essere né danno né dolore. Una convivenza d’amore di coppia prevede la reciproca volontà di condividere, con il  piacere e la  gioia di farlo. È un impegno importante, e tanto, tanto delicato. Si può vivere sotto lo stesso tetto fra amici, colleghi, o solo per sconfiggere la solitudine. Ma la convivenza per amore è un fatto ben diverso.  In psicologia la paura di amare è chiamata filofobia, e consiste nell’incapacità di immaginare se stessi all’interno di un rapporto di coppia, nella paura di dover rinunciare ad una parte di sé, e di soffrire se lasciati di nuovo soli.  È un problema dalle tante sfaccettature e rimanda a storie di rapporti umani complessi vissuti dentro e fuori l’ambito famigliare. Chi ne soffre annulla la propria capacità di amare in un rapporto di coppia e sceglie di non voler provare ancora una volta. Esistono poi uomini e donne capaci di impostare la propria convivenza attorno a rinunce che la tingono di grigio, e come nella nebbia costringono a rallentarne la velocità e a ridurne la vivacità. In questo caso entrano in gioco altri sentimenti, in conseguenza a scelte di accomodamento che talvolta sono capaci di resistere alla prova del tempo, ma che amore non sono. Assomigliano molto più a “patti di solidarietà “, e sono esempi di vita sempre più frequenti. Impostare un amore di coppia nuovo, rispettoso delle fragilità dell’altro è impresa difficile, ma non impossibile. Come scrive Casati, basta fermarsi sulla soglia del sentimento dell’altro e avvicinarlo piano, con rispettosa passione.

Penso alle parole di una canzone di un poeta autore contemporaneo, Ivano Fossati: La costruzione di un amore. Forse le istruzioni per superare la propria paura di amare sono nelle sue parole non facili: vale la pena provare, e provare ancora.

Tassello dopo tassello l’idea di uomo che Casati vuole proporci prende forma in tutta la sua evidente libertà e, al tempo stesso, concretezza. L’analisi delle nostre paure prevede il loro superamento verso un senso di pace e bellezza nuovi, come nel passaggio dall’oscurità alla luce. A questo punto il Casati compie un vero e proprio balzo in avanti come per svegliarci dal torpore della mediocrità, dall’immagine di uomo timoroso dal quale ha preso piede il suo cammino. Insomma, sembra dirci, vogliamo deciderci per ciò che vale, per ciò che dà spessore alla nostra esistenza su questa terra e la prepara a ciò che di magnifico avverrà nel suo futuro? Liberiamoci dal timore della fragilità, muoviamoci verso ciò che conta accettando le lacune di questa vita, i percorsi difficili e i piccoli traguardi, restituendo finalmente valore ai limiti! Siamo chiamati a farlo, in un vero sorpasso di falsi miti e millantate preziosità, recuperando alla pienezza le briciole e, citando Erri De Luca, considerando valore le ferite, le mancanze, gli errori, le miserie del nostro oggi! Non deve più trovare spazio in noi la paura della fragilità che ci inganna, sempre, perché sposta più in là i risultati, privandoci del gusto e della soddisfazione per il presente, che solo in apparenza è lento. Non sono parole al vento, non sono parole vuote! Impariamo ad amare le nostre fragilità, ad educare i nostri figli ad accettarle, ad accettare quelle degli altri, pensando ad esse non come piaghe, ma come tracce di esistenza da cui partire nuovamente, con fiducia.